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Irene Pivetti importatrice, le mascherine sequestrate e il suo: “Colpita per il mio cognome”. Un’altra martire

di G.G. #Coronavirus twitter@genovanewsgaia #Savona

 

In tempi di Coronavirus, quando non ci sarebbe niente da ridere, c’è sempre qualcuno che riesce a rendere la vita esilarante. Quella che a 31 anni fu la più giovane, anche la più indimenticabile per molti motivi, Presidente della Camera d’Italia, resuscitatasi al mestiere di importatrice di mascherine, dopo il passato leghista e cattointegralista, e di amministratrice unica della Only Logistic Italia srl.

Archiviata la carriera politica, la ex-leghista sorella d’attrice ha avviato una carriera d’imprenditrice privilegiando rapporti commerciali con l’estremo oriente. Con un discreto successo. Succede che non essendo il Covid-19 non solo una sfiga, ma anche un’opportunità economico-imprenditoriale, Irene Pivetti come amministratrice unica dell’azienda firma con la Protezione Civile, un contratto per la fornitura di 15 milioni di mascherine per la modica cifra di 30 milioni di euro (30 milioni diviso 15 milioni uguale 2 euro a mascherina, spese d’importazione, dogane, trasporti, una roba seria). Poi succede che, come riferisce il Corriere, nel Savonese vengono denunciati i proprietari senza scrupoli di alcune farmacie, che vendevano mascherine di protezione con rincari esorbitanti, fino al 200-250%. Una vergogna.

Così la Procura di Savona vuole vederci chiaro e affida le indagini alla Guardia di Finanza, racconta ancora il Corriere,

che inizia a risalire la filiera di questa fornitura. E gli uomini delle Fiamme gialle arrivano fino ad un hangar commerciale del terminal 2 dell’aeroporto di Malpensa, dove sono custodite appunto migliaia di mascherine Fpp2 (…) Il carico viene sequestrato su disposizione della procura di Savona, che contesta l’assenza del marchio di certificazione (…)

Importate dalla ditta di cui Pivetti è amministratrice unica, una buona parte delle mascherine sequestrate a Malpensa. Le ragioni del sequestro risiedono, secondo Pivetti, nel suo cognome. Dichiara infatti al Corriere: “Abusivamente si pensa che una persona che venti anni fa ha fatto politica non possa fare l’imprenditrice: sono stata colpita per il mio cognome, mi fossi chiamata “Rossi” non sarebbe successo nulla…”, perché si rimane leghisti e vittimisti a vita. Poi c’è anche la spiegazione sensata e credibile.

La mia società ha iniziato a importare questa partita sulla base della legislazione prevista dal decreto legge del 2 marzo, che poi è stata recepita in senso assai restrittivo nel Cura Italia. Noi abbiamo rispettato quanto previsto dal contratto con la Protezione civile, soltanto che poi le regole sono cambiate in corsa, affidando all’Inail la competenza di certificare i dispositivi di protezione”, certificazioni che poi non sono state ritenute consone.

Essendo la spiegazione così logica, calzante ed anche credibile, come mai questo bisogno continuo di lanciare accuse di discriminazione sulla base di cognomi e appartenenze politiche, peraltro passate (anche se a quanto sembra ciò che le ha mosse, quelle appartenenze politiche, sta ancora tutto lì)?

 

 

(26 aprile 2020)

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