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Vita e rischio di morte per la propria terra….

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di Vanni Sgaravatti

Sapere tutto dell’altro, attraverso l’illusione di un controllo, impedisce l’esercizio della fiducia. La fiducia implica un’incognita sul comportamento altrui, un rischio di tradimento. Senza il rischio di tradimento, l’atto di concedere fiducia, perde rilevanza. Così come senza un rischio di morte non si dà valore alla vita.

Nella fase della stabilizzazione di un sistema, come quello ad esempio capitalistico, l’arma del controllo non è quella violenta e impositiva, ma quella seduttiva, attrattiva, che trasforma le persone in tanti imprenditori di sé stessi, che si autosfruttano. La coscienza e l’angoscia di morte sono alla base di quasi tutto, la cosiddetta pulsione di morte si orienta nel combattere la morte, negandola. Nel nostro sistema ciò accade, attraverso la forzata accumulazione di beni e attraverso l’identificazione di sé stessi con essi, con le merci.

Ma, perché si deve sfuggire alla seduzione del piacevole possesso, del dolce e pigro scivolare nelle comode procedure del nostro sistema? Perché Ulisse doveva sfuggire alle arti ammalianti della Maga Circe o di Nausicaa? Perché doveva farlo? Per tornare a casa? Sì, ma nel significato di tornare in Oikos, di tornare nella sua terra?

Ho sentito un amico dire, parlando della guerra, dei russi e delle lotte per imporre un’egemonia, da una parte o da un’altra: “Ma va bene, pazienza, chi se ne frega. Al limite si prendano e si tengano la mia terra”. Non intendeva la sua casa, ma la sua terra, come fossero due soggetti diversi. Ma se sono due soggetti diversi, cosa è la casa, se non il luogo di appartenenza e di identità culturale? Allora, la casa diventa il luogo, dove poter vivere in pace, nel nostro rifugio, la nostra tranquillità, il nostro scivolare nelle procedure che pensavamo il sistema ci assicurasse, dalla culla alla tomba. Infatti, il mio amico si immaginava proprio un film con un potere, lontano dalla sua casa, invece che presieduto da sconosciuti che parlano italiano, con sconosciuti che magari parlassero in russo, mentre lui nella sua “casa” avrebbe letto, visto film, frequentato amici. La casa come luogo dove soddisfare i propri istinti, in cui però le relazioni amicali diventano modalità per recitare sceneggiature scritte da noi con partner, attori presi a prestito per soddisfare i propri impulsi, che ci illudano, attraverso finzioni di scena, che non si è soli, ma si dialoga.

Ma in realtà, si parla con la propria immagine proiettata in tanti specchi.

Quindi, se così è, non c’è differenza tra me ed il mio Avatar, siamo tutti soggetti virtuali, già viviamo nel metaverso: io o un altro è lo stesso, io o un robot è lo stesso. Il modello russo, propagandato con forza grazie alla guerra è l’altra faccia del capitalismo che conosciamo noi: è un altro tipo di capitalismo. Sempre accumulazione forzata, visto che la rivincita era già cominciata al tempo di Andropov dove ci si attrezzava per cambiare sistema, perché quello sovietico non permetteva più di accumulare.

In entrambi i sistemi, questoquello, domina l’impulso di morte e la lotta contro la morte. In quello non occidentale, se non avevi lavoro te lo davano, se non avevi la casa te la davano erano tutti zombi, veniva bandita l’esistenza del libero arbitrio. In quelle situazioni non esiste, quindi, coscienza di un destino scelto, non esiste quindi, paradossalmente, sfruttamento. Sono tutti già morti, tutti zombi che nascono, hanno un lavoro, muoiono; dove solo pochi hanno il privilegio di proteggere la casa degli zombi. Da una parte gli zombi conformi alle regole di sistema, dall’altra gli avatar digitali, immortali perché senza corpo.

Devi scegliere e se non scegli sei già morto? Scegliere quale dei due modelli, con la speranza di cambiarlo o di migliorarlo: abbattendo il dittatore (russo), rischiando il dolore del corpo sotto tortura o evadendo dalla casa di vetro fornita dal capitalismo occidentale. Rischiare la vita per la tua scelta, qualunque essa sia è già un primo passo, magari per abbattere quella casa di vetro, quella del modello occidentale.

Secondo il mio amico sembra esserci un solo modo (assolutamente apparente e quindi illusorio), per vivere in un mondo senza egemonie, quando le ragioni concrete e geopolitiche rendono, a mio avviso, impossibile immaginarlo: ed è quello dell’indifferenza verso la terra, intesa come Oikos, come proprio destino, come un’Itaca – non tanto un’isola con coste e monti, ma un insieme di relazioni a cui si è dato vita per esplorare un significato oltre la morte.

Per vivere la vita e non sfuggire alla morte attraverso la sua negazione e rimozione, bisogna avvertire le ragioni per rischiare la perdita della vita, le ragioni per dare fiducia, rischiando il tradimento. La mia esperienza nella mia terra è quella di combattere per migliorare questa forma di capitalismo, l’altra è una terra oscura, non la conosco, mi è ignota. Non significa che un modello è ontologicamente il buono, in assoluto: ma questa è la mia terra, quella in cui voglio combattere per una vita migliore. Così la cooperazione, l’alleanza, la fiducia possono permettermi non solo di difendere la mia terra, ma di costruirne una per tutti e per questo posso anche “porre l’altra guancia”, ma non posso spingere l’altro a farlo, così come non posso spingere un altro a rischiare la propria vita, mentre io sono dentro la mia casa di vetro a guardarlo combattere, attraverso uno schermo.

Questo significa, confortare e supportare chi combatte per la propria terra, ma naturalmente non obbligare nessuno a combattere per la mia. Personalmente per la narrazione a cui credo, al momento la guerra, pur soddisfacendo diversi tipi di interessi, non è imposta a nessuno. A parte, forse, a quella parte di russi mobilitati a forza.

(31 gennaio 2023)

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