Ponte Morandi quattro anni dopo. I parenti delle vittime: “Ancora nessuna scusa”. Ci furono però molti “selfie”

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di Giancarlo Grassi

Passa il tempo e la politica dalla memoria corta, attenta al sondaggio di oggi e che se ne frega del domani, figurarsi di ciò che è accaduto ieri, si trova ancora ad essere additata a causa delle sue mancanze. Il j’accuse arriva da Genova a quattro anni dalla tragedia di Ponte Morandi – ricorderete un Salvini devastato dal dolore farsi selfie tra le macerie, lo stesso che oggi imbastisce una campagna elettorale simil-teocratica – è Egle Possetti, portavoce del comitato Ricordo Vittime Ponte Morandi.

Egle Possetti, che nel disastro perse sorella, cognato e nipoti, dice all’Agi che la intervista in occasione dell’anniversario, una cosa in particolare: “Nessuno ha mai chiesto scusa” per quanto è successo. E poi la donna, che da quattro anni ogni 14 agosto sale sul piccolo podio ai piedi prima del cantiere, poi del nuovo ponte ricostruito, per gridare in faccia a istituzioni e magistratura ciò che pensa di loro oltre alla solita richiesta di giustizia: ché le due cose vanno insieme, ricorda che “Tra gli imputati ci sono persone che lavoravano per lo Stato” oltre a “una famiglia che ha interessi economici all’interno dello Stato e fuori”. Chiarissimo.

Ricorderete le molte grida inutili, troppe quelle marchiate M5S, e un nulla di fatto. A dimostrazione di ciò che producono le grida che gli italiani troppo spesso ascoltano senza rifletterci su.

La politica sfilò in massa subito dopo la tragedia, si fece un sacco di selfie, troppi ministri gridarono quello che avrebbero fatto, salvo poi non farlo, il ponte fu certamente ricostruito a tempo di record – ma è il minimo sindacale dato che il crollo bloccava una regione e il sud della Francia – ci furono vanti, inaugurazioni, sorrisi, tromboni al vento, ma uno “scusa” non è mai arrivato.

Arrivarono le solite parole, che nemmeno in occasione del quarto anniversario il presidente Toti, tanto per citarne uno, risparmia; solite frasi ad effetto nelle quali è bravissimo: “Giorno del ricordo e della rabbia”, dice dimostrando che la convivenza civile prima di tutto, e poi un profluvio di retorica buonista inutile persino per far uscire il suo partitino dall’1% a livello nazionale, in un esercizio retorico tanto stantìo quanto inutile: “quelle vittime non avrebbero dovuto essere vittime” e “nella civile e moderna Genova un ponte non sarebbe mai dovuto crollare” e “sono quattro anni che ci troviamo qua e il tempo non asciuga le lacrime ma ci permette di analizzare quello che è stato fatto davvero e cosa resta da fare”. E per un presidente al secondo mandato che al crollo stava già lì si tratta di un discorso coraggioso (o forse incosciente).

Tutto il resto è fuffa elettorale e parole già pronunciate meglio da altri. Si tira in ballo Mattarella, che fa sempre bene citare quando non ci sono argomenti, ma della questione importante che è la richiesta dei parenti delle vittime di fare giustizia non si parla. Restano solo i selfie, a testimonianza delle macerie create da questa politica inconcludente e un po’ cialtrona che si nasconde dietro grandi discorsi ma al nocciolo delle questioni non va mai. Non perché sia colpa di Toti, questo avviene nonostante Toti e la sua sgradevole abitudine di autocelebrarsi parlando della grande Liguria come se la sua regione fosse in piena autarchia.

 

(14 agosto 2022)

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