Autonomia differenziata, la società civile non guardi da un’altra parte

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di Massimo Mastruzzo*

L’Autonomia differenziata rischia di diventare la pietra tombale su ogni speranza di ripresa per il Sud Italia. E su questo punto ogni tentativo di trovare un lato positivo è semplicemente un arrampicarsi sui vetri con le mani unte.

Al momento il progetto di Calderoli (Lega), che praticamente è una sorta di secessione dei ricchi, è stato bloccato dalle proteste trasversali dei governatori del Sud-Italia, anche perché non potrebbero dare ai propri concittadini spiegazioni plausibili per giustificare tale autoevirazione. Si tratta però solo di una battaglia vinta, così come quella nel 2018, quando come Movimento per l’Equità Territoriale riuscimmo a bloccare il ddl Calderoli (governo giallo-verde) e l’azione dell’allora ministro Erika Stefani (Lega). O come nel 2019 quando ci riprovò il governo giallo-rosso. In quel caso “fu sufficiente” che in conferenza stato-regioni si aggiungesse la clausola al documento “previa definizione dei LEP”, per far cambiare idea. E ancora quando toccò a Mariastella Gelmini con il suo DDL sostenuto trasversalmente dei presidenti di regione del nord Italia, con i quali fece addirittura riunioni esclusive senza far partecipare i presidenti delle Regioni del Sud: l’apoteosi della frase shakespeariana “C’è del marcio in Danimarca”.

Siamo quindi al cospetto di una guerra ancora tutta da combattere, ed giunta l’ora che la società civile, anche quella del Nord, si faccia sentire una volta per tutte contro questa iniziativa che prevede servizi nevralgici come scuola, trasporti e sanità con livelli essenziali diversi nelle varie Regioni.

Anche perché a luglio 2022 era pronto l’accertamento sui divari territoriali, operazione necessaria per far partire la Perequazione infrastrutturale, indispensabile per rendere l’Italia un paese senza discriminazioni territoriali su scuola, sanità, rete idrica e trasporti. L’accertamento preparato dal governo ha portato dati oggettivi e in base a questi dati è risultato che al Mezzogiorno tocca l’81%. Eppure davanti all’oggettività dei dati e nonostante l’obbligo di legge ad approvare il Piano Perequazione Infrastrutturale da 4,6 miliardi entro il 30 aprile 2022, il governo ripone il documento nel cassetto delle cose da non fare.

Niente di nuovo, si tratta purtroppo di un film già visto: Giancarlo Giorgetti, che oggi riscopre il ruolo di ministro dell’economia e delle finanze nel governo Meloni, dal 2013 al 2018 fu presidente della bicamerale per il federalismo fiscale. Nella convinzione che il sud ricevesse più del dovuto, fu richiesta e avviata una ricerca sulla redistribuzione della spesa storica affinché venisse sostituita con il fabbisogno standard, i LEP appunto. Per fare questo lo Stato avrebbe dovuto stabilire quali sono i servizi essenziali a cui ha diritto un cittadino su tutto il territorio italiano, e per evitare sprechi decide di calcolare il costo corretto di questi servizi, ovvero il fabbisogno standard che dovrebbe essere finanziato integralmente. Purtroppo i livelli essenziali delle prestazioni non sono mai stati attuati. Il motivo? I dati sulla ricerca della redistribuzione della spesa storica furono così scioccanti che Giancarlo Giorgetti nel leggere i dati richiesti e ricevuti dal ministero dell’Economia sulla redistribuzione dei fondi, rendendosi conto dell’assurda incostituzionalità di quanto quelle cifre stessero dichiarando, e probabilmente resosi conto che quei dati al 100%, come previsto dalla legge, sarebbero potuti essere scioccanti, chiese: “Magari ce le fate avere in modo riservato o facciamo una seduta segreta come avviene in commissione antimafia”. La battaglia contro questa autonomia differenziata deve coinvolgere tutta la società civile intellettualmente onesta, dal nord a sud del Paese.

Per il Movimento per l’Equità Territoriale, fermarla è una priorità.

*Segreteria nazionale M24A-ET (foto)

 

 

(20 novembre 2022)

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